Storia

Mario Cocchi

Nasce a Livorno il 15 gennaio del 1898 in una famiglia che gli trasmette forti stimoli artistici: il padre è poeta vernacolare, attore e lavora con il nonno, nell’impresa di famiglia, come decoratore; lo zio è il pittore, famoso nella Toscana del tempo per i quadri divisionisti, Eugenio Caprini. Da loro eredita quindi la passione e le formule alla base della pittura; non è un caso se la sua prima tecnica pittorica risente molto dell’influenza dello zio, che gli offre un modo moderno per esprimersi.
Appena quindicenne debutta come pittore: espone ad una mostra di artisti livornesi “L’ultimo inquilino” che raccoglie critiche positive, sull’onda di questo successo il padre lo spinge a frequentare il Caffè Bardi, luogo di ritrovo degli artisti livornesi del primo Novecento.
Dal 1914 frequenta il Regio Istituto di Belle Arti di Firenze. La produzione di questi anni di giovinezza si raccoglie essenzialmente in due campi: i paesaggi all’aria aperta, della costa come della campagna, e le figure dell’ambiente familiare.
Arriva la chiamata alle armi, appena diciannovenne è inviato sul Carso. Lo spirito romantico che aveva animato la sua partenza cede presto il passo alla delusione e all’orrore per l’estenuante guerra. Grazie a mezzi rudimentali continua a stampare ma soprattutto non smette mai di disegnare (adesso soldati e trincee).
Nel 1920 fa ritorno a Livorno, dove si unisce al neonato Gruppo Labronico, che comprende i più valenti pittori della città. E’ un periodo di intensa attività, dipinge per lo più nature morte e paesaggi e si dedica anche alla musica, sua grande passione. Alla prima formazione, si aggiungono i nuovi fermenti cittadini capaci di mediare le novità della pittura europea.
Gli anni Venti, Trenta e i primi Quaranta sono i più fertili, il cuore della sua produzione, si dedica a paesaggi e ritratti (per i quali ha sempre dimostrato una spiccata abilità) eseguiti dal vero e caratterizzati da una pennellata grassa, espressiva e da un’immediatezza che non prescinde mai dall’attenzione per la solidità della costruzione. Riscuote successo sia di pubblico che di critica, per altro ottenuto senza l’appoggio di mecenati o mercanti.
Partecipa a mostre cittadine, a esposizioni presso importanti gallerie milanesi, alla Biennale di Venezia e alle annuali mostre sindacali del Fascio Artistico senza rinunciare alla vena intimistica delle sue figure femminili (spesso ritrae la moglie Cesira) e senza cadere in vuoti motivi celebrativi.
L’Italia entra in guerra, nel 1940 viene richiamato alle armi, durante questi anni espone con gli Artisti Italiani in Armi il dipinto “Fanti a riposo” e partecipa alla Biennale di Venezia con “Il prigioniero russo”, due quadri che, per i soggetti scelti, esulano dalla retorica di regime.
Congedato e rientrato a Livorno, organizza una grande personale, sintesi della sua opera dell’ultimo decennio. Nella sua città ritrova una viva passione per la pittura ma la guerra ha comunque lasciato i suoi segni: nota nei suoi contemporanei uno svuotamento, una ripetitività dello schema post-macchiaiolo per cui si sente isolato. Inizia così un ripensamento della sua pittura, cercando di renderla più vicina al linguaggio del Novecento, abbraccia una tecnica di semplificazione delle forme e di sintesi della rappresentazione, ma non cede alla deformazione del dato reale.
Nelle estati del 1950 e 1951, si reca ad Anversa, dove svolge l’attività di ritrattista per un mercato più ricco di quello di casa; ma le radici labroniche e uno stato di salute precario lo riportano in patria. Dal 1953 al 1956 insegna alla Scuola d’Arte di Volterra, l’incarico di insegnante di disegno gli dà molta soddisfazione: il rapporto con gli studenti è contrassegnato da un grande affetto.
Purtroppo la malattia lo costringe a fermarsi. Torna a Livorno per un ultima grande personale e nel luglio del 1957 muore per l’insorgere di un’altra grave malattia.

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